Abusi sessuali nella Chiesa: diritto, storia e cura delle vittime

Affrontare il tema degli abusi sessuali nella Chiesa richiede uno sguardo capace di mettere in dialogo discipline diverse: diritto, storia, criminologia e scienze cliniche. È con questo obiettivo che si è svolto all’Università di Modena e Reggio Emilia il convegno “Gli abusi sessuali nella Chiesa: dialogo tra diritto canonico e giurisprudenza”, promosso dall’Ateneo in collaborazione con l’Istituto Toniolo di Modena, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Emilia, il Centro di ricerca interdipartimentale su Discriminazioni e vulnerabilità e il Tribunale ecclesiastico interdiocesano emiliano.

La mattinata di studio ha riunito studiosi e professionisti di diversi ambiti per riflettere su un fenomeno complesso che interroga tanto l’ordinamento giuridico quanto le istituzioni ecclesiali e la società nel suo insieme.

Ad aprire i lavori sono stati i saluti del vescovo di Modena-Nonantola, Erio Castellucci, che ha sottolineato l’importanza di affrontare il tema con rigore e responsabilità, riconoscendo la necessità di un cammino di consapevolezza e di riforma all’interno della Chiesa. La prof.ssa De Fazio, che dirige il Dipartimento di Giurisprudenza, ha portato i saluti della Rettrice e poi è intervenuta nel primo tavolo di lavoro, mediato dal prof. Francesco Zanetti.

 

La fenomenologia dell’abuso: lo sguardo criminologico

La prima relazione è stata affidata alla criminologa Giovanna Laura De Fazio, che ha illustrato i criteri definitori e le principali caratteristiche del fenomeno dell’abuso sessuale, una delle varie tipologie di violenza. Ci sono due forme di violenza che hanno attirato l’attenzione degli studiosi negli ultimi anni: quello della violenza cui il/la minore assiste e la trascuratezza. Se la famiglia è un luogo in cui si possono agire condotte violente, purtroppo la pedopornografia allarga il raggio di possibili abusi oltre confini immaginabili. Purtroppo ciò può anche avvenire nei contesti di cura, dove i processi relazionali possono venire manipolati, andando a trasformare la fiducia in dipendenza. Comprendere la fenomenologia dell’abuso, ha osservato De Fazio, è essenziale per sviluppare strumenti efficaci di comprensione da parte degli studiosi, al fine di migliorare le azioni di prevenzione e intervento.

 

Una prospettiva storica sul fenomeno

Il contributo della storica Maria Chiara Rioli ha offerto uno sguardo di lungo periodo sugli abusi nella Chiesa cattolica. Attraverso una ricostruzione storica, Rioli ha mostrato come il problema non sia un fenomeno esclusivamente contemporaneo, ma affondi le proprie radici in dinamiche istituzionali e culturali sviluppatesi nel corso del tempo. Il bambino è stato a lungo considerato un bene e quindi equiparato ad un oggetto, invece che ad un soggetto; l’abuso è stato poi visto all’interno della confessione sacramentale e quindi ha fatto passare in secondo piano la vittima per evidenziare invece il tradimento della confessione liturgica. Il vento è cambiato non solo quando sono emerse le notizie di abusi su ampia scala, specialmente in alcune nazioni estere, ma anche quando si è accettato di aprire gli archivi, consentendo finalmente l’emersione di fenomeni che giacevano nascosti da moltissimi anni.

 

L’evoluzione della normativa ecclesiastica

Il canonista Matteo Visioli, docente presso la Pontificie Università, ha poi illustrato la risposta normativa della Chiesa cattolica agli abusi sessuali. Negli ultimi decenni, ha spiegato, l’ordinamento canonico ha conosciuto una serie di riforme che hanno progressivamente rafforzato gli strumenti giuridici per la gestione dei casi di abuso. Queste modifiche hanno introdotto procedure più rigorose, chiarendo le responsabilità delle autorità ecclesiastiche e rafforzando i meccanismi di indagine e sanzione. Tuttavia, ha sottolineato Visioli, la normativa rappresenta solo una parte della risposta: accanto agli strumenti giuridici è necessario sviluppare una più ampia cultura della prevenzione e della responsabilità.

 

Il consenso nelle relazioni asimmetriche

La seconda sessione del convegno, coordinata dal filosofo del diritto Thomas Casadei, ha ampliato la riflessione affrontando il tema del consenso e delle relazioni di potere. Il penalista Francesco Diamanti ha analizzato il ruolo del consenso nel diritto penale italiano, ricordando come esso rappresenti una forma di autodeterminazione che può rendere lecito un comportamento altrimenti punibile. Nel campo dei reati sessuali, tuttavia, il consenso non sempre è sufficiente a escludere la responsabilità penale. In presenza di relazioni asimmetriche, infatti, la libertà della persona può risultare condizionata dal rapporto di autorità o fiducia. Situazioni di questo tipo possono verificarsi in diversi contesti – educativi, istituzionali o pastorali – nei quali la vicinanza e la fiducia costituiscono elementi fondamentali del rapporto. Proprio in queste circostanze, ha osservato Diamanti, il diritto riconosce la necessità di una tutela rafforzata per le persone più vulnerabili.

 

Le sfide per il diritto canonico

Nel suo intervento, l’avvocata e studiosa di diritto canonico Paola Buselli Mondin ha sottolineato come gli abusi rappresentino una sfida profonda per l’ordinamento giuridico della Chiesa. Le riforme degli ultimi anni hanno segnato passi importanti verso una maggiore responsabilità istituzionale, ma il percorso resta in evoluzione. Secondo Buselli Mondin, il diritto interno alla Chiesa deve continuare a svilupparsi per garantire maggiore tutela delle vittime, trasparenza e prevenzione. Il fenomeno degli abusi, ha osservato, non sollecita soltanto una risposta giuridica, ma interpella anche la dimensione pastorale e comunitaria della vita ecclesiale.

 

Le conseguenze psicologiche e il percorso di cura

L’ultima relazione ha portato la riflessione sul piano clinico. Lo psicologo Andrea Cavani ha illustrato le conseguenze psicologiche degli abusi sessuali e gli approcci terapeutici più efficaci per il trattamento del trauma. Cavani ha descritto il disturbo post-traumatico da stress, caratterizzato da ricordi intrusivi, evitamento, alterazioni dell’umore e iperattivazione emotiva. Le ricerche mostrano come l’esposizione a eventi traumatici durante l’infanzia possa avere effetti profondi e duraturi sulla salute mentale e sul funzionamento neurobiologico. Le memorie traumatiche, infatti, non restano soltanto ricordi, ma possono essere immagazzinate nel cervello in forma non elaborata, continuando a influenzare la vita della persona. Tra gli strumenti terapeutici riconosciuti a livello internazionale, Cavani ha illustrato la terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), che consente di rielaborare le memorie traumatiche e ridurre l’impatto emotivo del ricordo. Attraverso un caso clinico, il relatore ha mostrato come il percorso terapeutico possa aiutare le vittime a superare il senso di colpa e ricostruire una percezione più positiva di sé, trasformando un’esperienza di sofferenza in un processo di rielaborazione e crescita.

 

Un impegno condiviso

A chiudere i lavori è stato don Luca Balugani, tra i promotori dell’iniziativa, che ha sottolineato l’importanza di costruire reti di collaborazione tra istituzioni, professionisti e comunità. Il fenomeno degli abusi, ha ricordato, lascia ferite profonde non solo nelle vittime, ma anche nel tessuto ecclesiale e sociale. Per questo non esistono soluzioni semplici o definitive: occorre un impegno condiviso capace di mettere in dialogo competenze giuridiche, accademiche e cliniche. Il convegno si è così concluso con la consapevolezza che la prevenzione degli abusi e la cura delle vittime richiedono ascolto, responsabilità e collaborazione interdisciplinare, elementi fondamentali per costruire percorsi di giustizia e di guarigione.