
Si è svolto a Mantova, nell’ambito del Forum del Bene Comune promosso dalla diocesi, l’incontro dal titolo “La fragilità dei giovani e degli adulti nella sfida dell’educazione – Abitare il proprio limite per promuovere processi di crescita”. Un appuntamento che, dopo aver affrontato nella precedente edizione il tema dell’intelligenza artificiale, ha scelto quest’anno di interrogarsi su una questione tanto attuale quanto complessa: la fragilità, letta non come limite da nascondere ma come possibile risorsa educativa.
A guidare la riflessione sono stati don Luca Balugani, psicologo e psicoterapeuta, docente dell’Istituto Toniolo di Modena, e Marta Ongari, operatrice dell’associazione Abramo ETS e coordinatrice della comunità per minori Noah, studentessa dell’Istituto, dando vita a un dialogo ricco di domande, esperienze e provocazioni.
Oltre gli stereotipi: i giovani sono davvero più fragili?
Una delle domande centrali emerse nel corso dell’incontro riguarda una percezione diffusa: i giovani di oggi sono più fragili rispetto alle generazioni precedenti?
La risposta proposta da Balugani evita semplificazioni. Da un lato, alcuni dati – in particolare quelli raccolti da studi internazionali – evidenziano un aumento significativo di ansia, depressione e comportamenti autolesivi, soprattutto tra gli adolescenti. Dall’altro, però, si osserva una diminuzione di comportamenti a rischio “esternalizzanti”, come l’abuso di sostanze o la violenza.
Più che di una fragilità maggiore, si tratta dunque di una fragilità diversa, che tende oggi a interiorizzarsi. Il disagio non esplode fuori, ma si rivolge verso l’interno, assumendo forme più silenziose e spesso più difficili da intercettare.
Il rischio delle spiegazioni semplici
Nel dibattito contemporaneo è frequente attribuire la responsabilità di questo cambiamento a fattori come smartphone e social network. Ma l’incontro ha messo in guardia da letture riduttive.
La tecnologia, è stato sottolineato, non è la causa unica del disagio, ma piuttosto risponde a bisogni già presenti nella società. In particolare, si inserisce in un contesto segnato da una crescente iperprotezione educativa, la riduzione delle occasioni di autonomia e rischio, una difficoltà diffusa nel gestire l’incertezza e la frustrazione.
In questo senso, strumenti come lo smartphone diventano anche una risposta alle ansie degli adulti, più che solo un problema dei giovani.
Dalla resilienza all’antifragilità
Un passaggio particolarmente significativo ha riguardato il superamento del concetto di resilienza. Se resilienza significa “tornare come prima dopo una difficoltà”, oggi – è stato evidenziato – questo non basta più.
La proposta è quella di orientarsi verso l’antifragilità: la capacità non solo di resistere agli urti, ma di trasformarsi attraverso di essi. In ambito educativo, ciò implica accompagnare i giovani non a evitare il limite, ma ad abitarlo, riconoscendone il valore formativo.
Il ruolo degli adulti: tra paura e responsabilità
Centrale nella riflessione anche il tema relativo agli adulti. Non è possibile comprendere la fragilità dei giovani senza interrogarsi su quella degli adulti stessi.
È emersa una consapevolezza condivisa:gli adulti di oggi vivono una propria fragilità, faticano a tollerare l’incertezza e la frustrazione, rischiano di trasmettere ansia più che sicurezza.
“Un adulto spaventato è un adulto spaventante”, è stato ricordato. Da qui l’importanza di riconoscere e nominare le proprie paure, anziché negarle.
Allo stesso tempo, è stato evidenziato un cambiamento culturale: si è passati da un modello educativo centrato sull’autorità (“la legge del padre”) a uno più narcisistico, in cui il figlio rischia di diventare un’estensione delle aspettative genitoriali. Il fallimento, in questo contesto, non è più percepito come errore, ma come difetto identitario: “non ho sbagliato qualcosa, sono sbagliato io”.
Fragilità come linguaggio e come richiesta
In questa prospettiva, la fragilità espressa dai giovani può essere letta anche come una forma di comunicazione. Non solo un segnale di disagio, ma un messaggio rivolto agli adulti:
smettete di chiederci di essere perfetti.
Riconoscere la vulnerabilità diventa allora un modo per sottrarsi a modelli irrealistici di successo e performance, aprendo spazi più autentici di crescita.
Educare oggi: una sfida aperta
Dal confronto è emerso chiaramente come educare oggi significhi muoversi in un contesto complesso e in continua trasformazione. Tra le principali difficoltà segnalate:
- l’abbassamento dell’età in cui emergono i disagi
- la multiculturalità e le nuove forme di linguaggio
- la rapidità dei cambiamenti sociali e tecnologici
- la fatica degli adulti a rinnovarsi
Eppure, accanto a queste criticità, è emerso anche un messaggio di fiducia: non siamo in un tempo perduto, ma in un tempo che chiede responsabilità, creatività e capacità di innovazione.
Contro la rassegnazione: riscoprire il “bene comune”
In conclusione, l’incontro ha invitato a uscire da una narrazione puramente lamentosa. Il rischio più grande, infatti, non è la fragilità, ma la rassegnazione.
Educare oggi significa:
- credere che esistano ancora chiavi per aprire le porte chiuse
- lavorare insieme, come comunità
- accettare la fatica del cambiamento continuo
- riconoscere che non esistono soluzioni semplici
Il Forum del Bene Comune si conferma così uno spazio prezioso di confronto, capace di tenere insieme riflessione teorica ed esperienza concreta, con l’obiettivo di costruire – passo dopo passo – una cultura educativa più consapevole.

