“Genitori oggi, una sfida educativa che richiede resilienza e speranza”

“Educare è accendere un fuoco, con fiducia e speranza, nei nostri figli che stanno crescendo. Alimentando resilienza e responsabilità nei giovani”.

Quali le sfide educative oggi, in una società complessa e che corre veloce, per un genitore? A quali modelli, risorse e opportunità fare riferimento?

Momento caratterizzante della giornata di Open day la conferenza, moderata dalla professoressa Daria Vellani e caratterizzata da diverse testimonianze e dal confronto con i presenti e con coloro che erano in collegamento streaming, sui molteplici aspetti della genitorialità. In questo tempo caratterizzato dal persistere dell’emergenza sanitaria e da un complicato percorso di ripresa da poco avviato, i progetti del Gruppo CEIS nelle scuole, le attività con i genitori, le competenze degli educatori, le caratteristiche dell’Istituto Toniolo sono stati al centro.

La professoressa Cristina Medici e l’operatrice dell’area scuola e prevenzione del CEIS, Daniela Fontanazzi, hanno presentato “In dialogo con i genitori: i progetti del CEIS nelle scuole”; la professoressa Stefania Carboni, assieme alle operatrici dei servizi DSA del CEIS Marzia Cocola e Adelaide Carboni, ha quindi trattato di “La parola ai protagonisti: genitori e figli”. “Genitori, figli, tossicodipendenza” la relazione a cura del professor Marco Sirotti, assieme alla collega dell’area dipendenze del CEIS, Visnja Vorkapic; mentre di “Sospensione del giudizio nelle relazioni educative” ha parlato il professor Krzysztof Szadejko.

Le testimonianze dei docenti, dunque, per risaltare il ruolo – pedagogico, psicologico, sociale – dei genitori nelle sfide educative e l’importanza, per gli educatori, di sapersi rapportare con le famiglie.

“Come CEIS, équipe scuola e prevenzione, da oltre vent’anni realizziamo ‘progetti genitori’ a Modena, Bologna e Parma – ha sottolineato Cristina Medici -. Non interventi spot, ma percorsi continuativi all’interno delle scuole, caratterizzati da un costante e positivo confronto tra genitori ed esperti. Utilizziamo le esperienze di auto-mutuo aiuto delle comunità CEIS. Si creano gruppi di ascolto e di supporto tra genitori, facilitati da operatrici che sollecitano, traducono e comprendono i bisogni. Ciò consente ai genitori di accedere e fruire a risorse che già possiedono, anche se talvolta non riescono ad utilizzarle. Un’esperienza che prosegue per l’intero anno scolastico. Di solito, in classe, in questo ultimo periodo a distanza. Nel costruire i percorsi per i genitori, spesso ci confrontiamo anche con gli studenti”.

Daniela Fontanazzi: “Non esistono ricette, quando invece avremmo bisogno di soluzioni preconfezionate. I percorsi aiutano operatori e genitori a stare insieme nella complessità e a trovare soluzioni condivise. Solo mettendosi in gioco ogni giorno siamo in grado di affrontare la sfida educativa. Genitori che ascoltano problematiche di altri si sentono meno soli e inadeguati. Il senso e il valore dei progetti sono dati dal lavoro di gruppo. Come CEIS operiamo soprattutto nelle scuole superiori, anche se il desiderio sarebbe quello di partire già dall’infanzia. I gruppi sono formati da una quindicina di persone che si confrontano, più volte la settimana, su un tema condiviso. Cerchiamo strategie operative da mettere in campo non per cambiare i figli, ma per operare piccoli e costanti cambiamenti nella comunicazione e nella relazione genitori-ragazzi. Così da attivare un circolo virtuoso. Si collabora con i genitori affinché siano in grado di dare strumenti efficaci ai figli per le loro scelte e di aiutarli a comprendere le regole del gioco nelle relazioni e nei comportamenti. Si tratta di crescere figli che saranno cittadini consapevoli: le regole del gioco e le responsabilità vanno trasmesse in famiglia. La pandemia ci ha insegnato che non esistono muri e confini. Dobbiamo crescere nella rete e nella solidarietà, ritrovare spirito di fraternità e di collaborazione, condividere difficoltà e strategie”.

L’esperienza del servizio Remida nelle testimonianze di Stefania Carboni, Marzia Cocola e Adelaide Carboni. “Ci occupiamo di bisogni educativi speciali, di studenti con difficoltà nell’apprendimento per cui si predispongono progetti personalizzati. All’inizio ci siamo occupate di ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, quindi abbiamo allargato il campo di azione dalla quinta elementare sino a superiori e studenti universitari. Gli attori, nel nostro caso, sono i ragazzi. Da parte dei genitori, in periodo di pandemia, sono molto aumentate le richieste di intervento. Si sente, forte, l’esigenza di condividere le difficoltà del momento e i cambiamenti, oltre che di essere ascoltati. Il periodo in Dad ha fatto emergere studenti in realtà molto pronti, che si sono adattati rapidamente alle nuove metodologie scolastiche. Mentre i genitori sono rimasti in una fase di incertezza, proseguita anche quando i ragazzi sono tornati in presenza. Abbiamo chiesto a genitori e figli di descrivere con una semplice parola il loro rapporto durante la pandemia. Quelle maggiormente utilizzate? Solitudine, rabbia, amore, pazienza famiglia, fatica, condivisione, stress da parte dei genitori. Normale, litigi, noia, divertimento, fastidioso, le espressioni più usate dai ragazzi”.

Dopo un’introduzione del professor Marco Sirotti, è stata Visnja Vorkapic, psicologa, operatrice da 30 anni al CEIS, oggi impegnata in una comunità terapeutica di Bologna, ad approfondire il tema della dipendenza. “La tossicodipendenza non si cura semplicemente togliendo la sostanza, il cui utilizzo è sintomo di qualcosa di più profondo che riguarda parte emozionale ed affettiva. Il centro della cura sono la relazione e il contesto della persona, a partire dalla famiglia. E non esistono cure veloci e magiche. Il rapporto tra tossicodipendenza e genitorialità è complesso: ed è fondamentale il coinvolgimento dei genitori all’interno dei percorsi di recupero, attraverso i gruppi di auto-mutuo aiuto. La droga uccide centinaia di persone all’anno in Italia, si moltiplicano le sostanze utilizzate e il mercato non si ferma mai. Parliamo di sostanze nuove, con effetti sempre più devastanti. Il dolore e la solitudine delle persone che ne abusano e delle famiglie è l’unica cosa che non cambia mai. L’alleanza terapeutica con i familiari oggi è più complessa che in passato. Ma il recupero del paziente e il coinvolgimento della famiglia devono procedere parallelamente. Ricostruendo la storia familiare e condividendo esperienze, strategie e percorsi. I familiari vanno accettati, compresi e aiutati. I gruppi genitori sono una strada per rafforzarsi e crescere: danno la speranza di trovare via d’uscite per il proprio figlio, ci si sente capiti anche da persone sconosciute ma che vivono lo stesso problema. Il gruppo aiuta a comprendere una realtà dolorosa e sconosciuta e dà energia per non mollare, oltre a speranza, vicinanza e consapevolezza”.

Di “Sospensione del giudizio nelle relazioni educative” ha infine trattato il professor Krzysztof Szadejko. “Già i greci e gli stoici lo usavano. I sensi sono soggettivi e quando mancano elementi occorre sospendere il giudizio. Nella relazione educativa oggi, invece, capita sin troppo spesso di ‘sparare giudizi’. Ma un educatore che non sospende il giudizio nella relazione è un educatore fallito. La sospensione del giudizio è un principio metodologico basilare nella relazione educativa che deve privilegiare il rapporto con l’altro, la conoscenza reciproca, per riflessioni che vadano oltre l’ovvietà o la superficialità mascherata da oggettività. Si tratta di andare all’essenze delle cose, privilegiando la persona come portatrice di risorse e limiti, e non solo di deficit da colmare. Esiste un forte bisogno di relazionalità. L’educatore deve accettare la persona per quello che è, senza giudizi di valore o etici. Sospende il tempo, sospende il giudizio. L’educatore non può e non deve valutare, devo accogliere. Quando c’è muro non c’è relazione educativa. Sospendendo il giudizio ascolto la persona con cuore… Entrare in relazione con empatia è una funzione educativa profonda”.

 

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