Roberto Galletti
Tutti i dispositivi, le strutture e, in ultima istanza, le istituzioni che devono garantire continuità di lavoro e di cultura d’azione hanno una naturale tendenza a conservare sé stesse.
Queste realtà, che rigenerano continuamente i propri elementi interni, resistono spesso al cambiamento, percepito come troppo rischioso e destabilizzante.
La natura conservativa delle istituzioni
Questo accade tanto nelle istituzioni più rigide, come il carcere o l’ospedale psichiatrico, quanto in contesti più aperti, come le scuole e gli ambienti educativi. In questi luoghi si ripropone spesso una “difesa” del sistema stesso, che tende a perpetuarsi e a riprodurre le proprie regole.
Il problema sostanziale di questo meccanismo, utilizzando una metafora organicistica, è la miopia nel saper distinguere cellule nuove e generative da quelle che concorrono a riprodurre un sistema patologico. Il timore è che un sistema unicamente egoriferito non sia destinato ad evolversi bensì a collassare.
Comunità terapeutiche e l’impatto del COVID-19
Anche le comunità terapeutiche fanno parte di queste strutture relativamente rigide. La pandemia di COVID-19 è stata un vero terremoto: ha imposto nuove modalità relazionali e organizzative, mettendo in discussione abitudini consolidate.
Durante quel periodo, nella gestione delle comunità, si sono creati spazi di sperimentazione. Ruoli, mansioni e modalità di lavoro sono stati rimescolati, portando a una gestione della quotidianità e del lavoro terapeutico più creativa e flessibile.
Nel testo “Il patto educativo in situazione di crisi”, abbiamo raccontato, attraverso l’osservazione partecipante, come un gruppo di ospiti ed educatori della comunità “La Zolla” abbia affrontato il pericolo, sviluppando una filosofia nuova, più aperta e solidale.
Cosa resta dell’esperienza?
Ci chiediamo spesso: quanto di quell’esperienza è rimasto in noi? Quanto ha inciso sull’organizzazione?
Terminata l’emergenza, la comunità ha ripreso il suo assetto originario, con qualche modifica marginale. Le regole e il funzionamento formale sono rimasti sostanzialmente invariati. Tuttavia, l’équipe che ha attraversato la crisi è cambiata nello spirito; è cresciuta la capacità di affrontare i problemi, il desiderio di incidere e di vivere con maggiore intensità la realtà degli ospiti.
Cambiamento come consapevolezza
Parrebbe consequenziale che il cambiamento in sé ne produca altro, come nel gioco del domino. Urge invece una riflessione di diversa qualità. Se il cambiamento viene vissuto in modo attivo, allora produrrà una risposta generativa, anche fuori dai tuoi confini. Se gli eventi non vengono mentalizzati, accolti ed esperiti, si rischia di lasciarli scorrere in assenza di una reale trasformazione individuale e sociale.
Il pericolo è, anzi, di concorrere nell’acuire le difese contro un cambiamento che appare minaccioso proprio in quanto non compreso. La spinta auto conservativa è istintivamente più potente di quella al cambiamento; se una trasformazione è accompagnata da un pensiero attivante, di ampio respiro, solo allora si può pensare di governare gli eventi. È questa, in ultima analisi, la responsabilità che educatori e chiunque si occupi di Comunità e Persone sono chiamati a cogliere.
Il rischio della “responsabilità” che frena
L’atteggiamento attivo e la capacità di superare ostacoli sono diventati un tratto distintivo. Tuttavia, le buone prassi consolidate e il “buon senso” rischiano di frenare la creatività e la voglia di sperimentare.
Spesso questa “responsabilità” si traduce nel non disturbare, nel non sfidare troppo le istituzioni e nel cercare di mantenere rapporti distesi con il territorio. In questo modo, però, si limita la possibilità di mettere in discussione ciò che vediamo ogni giorno e di ricostruire un nuovo equilibrio tra la persona e la comunità.
Il coraggio di cambiare
Franco Basaglia, durante le conferenze in Brasile, rispondeva a chi chiedeva come fosse possibile chiudere i manicomi con una frase semplice e netta: «Si chiudono!». Per lui, quelle strutture erano irriformabili, e la loro chiusura era un atto necessario per ridare dignità e libertà alle persone. Il resto andava costruito con un nuovo impegno civile.
Senza voler scomodare troppo Basaglia, crediamo che durante la pandemia si sia riattivato in noi un coraggio simile: il coraggio di rinnovare profondamente il nostro modo di vivere con gli ospiti, di essere più aperti e di immaginare percorsi che portino le persone fuori, verso la città e verso nuove possibilità.
La comunità come spazio di sollievo e ripartenza
Considerare la città come una grande comunità allargata significa rivedere anche il concetto stesso di “comunità”, forse trovando un nome meno ambiguo e più aderente alla realtà.
Accogliamo le persone in un sistema che ripropone molti aspetti della società esterna, ma con una gestione più morbida, solidale e terapeutica. In un contesto sociale che spesso “macina” le soggettività e valorizza solo la prestazione e il profitto, entrare in comunità può rappresentare un momento di sollievo, un’occasione per ritrovare sé stessi.
Criticare il sistema per dare nuove possibilità
Diventa quindi essenziale inserire nei percorsi comunitari una lettura critica del sistema sociale ed economico. Non per far sentire le persone inadeguate, ma per aiutarle a immaginare e costruire forme di vita individuali e collettive diverse, anche radicalmente alternative.
Questa consapevolezza può trasformarsi in un percorso esistenziale e politico, capace di generare nuovi spazi, nuove energie e nuove prospettive per il futuro.
Il destino del terzo settore
Infine, sorge una domanda cruciale: quale sarà il destino del terzo settore?
Il terzo settore oggi è chiamato a una scelta radicale: restare semplice ingranaggio di un sistema che si ripete o diventare laboratorio vivo di possibilità. La pandemia ci ha insegnato che, anche nella crisi più profonda, si può fiorire se si osa rompere i confini delle abitudini.
La comunità può diventare un luogo che non si limita a contenere, ma che accoglie, ascolta, rigenera. Un terreno fertile dove la fragilità diventa forza e dove si immaginano vite più umane e solidali.
Il destino del terzo settore dipenderà dalla nostra capacità di restare inquieti, di indignarci, di scegliere di esserci davvero. Di non temere il conflitto, ma abitarlo come spazio fertile di trasformazione. Solo così potremo seminare oggi quei germogli di futuro che un giorno, forse, diventeranno foreste.
Roberto Galletti è educatore, laureato presso l’Istituto Toniolo, coordinatore educativo di una Comunità di pronta accoglienza

