Marcello Neri

Con la Giornata di studio di inizio secondo semestre, l’Istituto Toniolo ha avviato un processo di attenzione formativa, professionale e umana, di coloro che svolgono la professione educativa in ambito socio-pedagogico e dell’infanzia. È stato soprattutto l’ascolto delle esperienze lavorative che ci ha spinto a dare maggiore attenzione non solo a coloro che hanno compiuto i loro studi da noi, ma più ampiamente, alla categoria professionale presente sul nostro territorio regionale.
L’idea di fondo è quella di investire risorse e competenze dell’Istituto in questo ambito che potremmo racchiudere nell’espressione di «aver cura di chi si prende cura». Come cammino di preparazione all’avvio di questo processo ha contribuito in maniera significativa la collaborazione con la ASP Laura Rodriguez di San Lazzaro di Savena, insieme alla quale abbiamo organizzato un percorso seminariale di formazione per i responsabili della coordinazione educativa nel settore della disabilità (iniziato nell’ottobre del 2025 e terminato lo scorso mese di aprile).
In questo quadro rientra l’offerta di due workshop tematici in occasione dell’Open Day dell’Istituto Toniolo (16 maggio 2026). Entrambi si inserivano nel solco del processo avviato: uno con un focus sulle ricadute delle profonde metamorfosi sociali per ciò che concerne la professione educativa; e l’altro che ha cercato di individuare una serie di criticità professionali e personali degli educatori ed educatrici, al fine di avviare una riflessione collettiva (studenti e docenti insieme) su di esse. Riprendo alcune tematiche emerse nelle due sessioni di questo secondo workshop, che meritano non solo particolare attenzione ma anche un rilancio a livello di dibattito pubblico.
Il mestiere di educare e linguaggio.
Per come si sono organizzate le nostre società occidentali, possiamo individuare due livelli di pratiche educative. Il primo, diffuso, è quello che avviene all’interno del corpo sociale in senso ampio – qui, potremmo intendere l’educazione come pratica culturale complessiva. L’ambiente sociale, in un modo o nell’altro, educa e intende educare – molte volte perseguendo interessi che non sono necessariamente a bene dei destinatari. Il secondo livello è quello della cura educativa come professione, mestiere che richiede competenze specifiche e qualità personali precise. Tra questi due livelli possono sorgere tensioni e discordanze, percepite e portate per lo più dalla pratica professionale della cura educativa.
Quest’ultima, poi, si trova a operare in contesti composti da diverse competenze professionali. All’interno dei quali sorge una prima criticità: quella di trovare un linguaggio, veicolante la specificità educativa come mestiere, che possa venire apprezzata come tale dalle altre professioni impegnate nel progetto educativo. Si tratta non solo di un riconoscimento professionale, ma più decisamente dell’apprezzamento pubblico, da parte di altre professioni, di competenze che solo quella educativa può apportare al progetto a cui tutti concorrono.
Spesso l’apporto dell’educatore/educatrice socio-pedagogico viene deprezzato come una generica sensibilità molto simile a quella del livello socio-culturale – ossia, non si coglie il fatto che quella sensibilità, umana e personale, è affinata da specifiche competenze professionali che altre discipline non sono in grado di immettere all’interno del progetto a servizio della persona.
Vi è, certo, un compito che spetta alla corporazione degli educatori/educatrici nell’elaborare un linguaggio in grado di veicolare le competenze professionali e scientifiche della categoria. Ma questo non è sufficiente. Tale compito della corporazione educativa deve essere affiancato da un lavoro di educazione e formazione delle altre professioni coinvolte nei progetti di servizio alla persona affinché apprendano a riconoscere l’apporto specifico che viene immesso in essi dalla corporazione educativa.
Ruolo e ruoli nell’equipe educativa.
Con questo tema, il confronto nelle due sessioni del workshop è passato a prendere in considerazione il gruppo di lavoro degli educatori/educatrici. Durante il percorso di formazione accademica la centralità dell’equipe educativa viene messa in risalto, e sottolineata, da molte prospettive disciplinari – così che ci si immette poi nel percorso professionale immaginandola come punto di forza e di sostegno. L’esperienza pratica mostra, poi, che spesso è proprio il gruppo/equipe educativa a rivelarsi problematico e a mettere in difficoltà i singoli educatori/educatrici. È emersa, quindi, l’importanza di prendersi cura della formazione interna all’equipe – attraverso percorsi di apprendimento di gestione delle dinamiche di gruppo e di elaborazione dei conflitti che possono sorgere all’interno dell’equipe.
Rimane il fatto che il buon funzionamento dell’equipe educativa non può essere solo questione di «fortuna» nel percorso professionale degli educatori ed educatrici. Su questo punto, si è osservata spesso una latitanza delle imprese sociali, ossia dei datori di lavoro, a dare il dovuto sostegno costruttivo ai processi e alle dinamiche di gruppo del personale dipendente (sulle imprese sociali torneremo in chiusura di questo articolo).
Appare essere importante, a sostegno dell’esercizio della professione da parte degli educatori/educatrici, una chiara definizione dei ruoli da praticare in maniera collaborativa secondo un principio di sussidiarietà ben applicato. Particolarmente importante, in questo senso, appare essere il ruolo di coordinazione educativa e di responsabilità complessiva del progetto di servizio alla persona all’interno dell’equipe. La coordinazione non deve essere né invasiva, a discapito della credibilità professionale dei singoli membri dell’equipe; né eccessivamente distante, talvolta purtroppo assente, dalle pratiche quotidiane di lavoro degli educatori/educatrici.
Una buona e bilanciata coordinazione educativa richiede una comunicazione aperta e costruttiva, che non rifugge ad affrontare problemi e conflitti – ma si impegna piuttosto in una loro sana gestione. Perché questo possa avvenire, d’altro lato, è necessario il riconoscimento della funzione coordinativa da parte degli educatori/educatrici che compongono l’equipe. La distinzione del lavoro quotidiano dei coordinatori/coordinatrici del progetto educativo da quello degli altri membri dell’equipe è necessaria sia al buon svolgimento di questo ruolo, sia come garanzia della responsabilità e competenza di ciascun singolo educatore/educatrice.
È emerso, quindi, il tema della formazione alla coordinazione educativa – ossia, delle abilità e competenze specifiche che pertengono a questo ruolo. Sotto questo punto di vista, in Regione, mancano offerte sistematiche destinate alla formazione di questo ruolo specifico. D’altro lato, appaiono talvolta dubbie le «politiche» di cooptazione al ruolo di coordinazione all’interno delle imprese sociali e degli enti di settore: lungo una linea di una certa mancanza di criteri e discernimento sulle competenze rispetto all’equipe all’interno della quale si deve assumere questo ruolo e funzione.
La solitudine dell’educatore/educatrice.
Facciamo rientrare in questo tema due aspetti distinti tra loro: da un lato, una solitudine di tipo personale per ciò che concerne l’esercizio della professione; dall’altro, una solitudine di categoria della corporazione educativa per ciò che concerne la società e le politiche sociali degli enti pubblici e privati.
Iniziamo da questo secondo aspetto che, nelle nostre discussioni in sede di workshop, ha trovato un punto di sintesi nel tema della (scarsa) remunerazione degli educatori/educatrici socio-pedagogici. Si riscontra un divario consistente, spesso frustrante che talvolta impedisce scelte di vita a livello personale, tra l’investimento umano, di passioni e di competenze, degli operatori del settore e la remunerazione ricevuta per l’esercizio della loro professione. Divario, questo, che può provocare tensioni sia in ambito lavorativo che in quello famigliare – e che, comunque, viene percepito come qualcosa di ingiusto rispetto all’investimento, anche economico, che chiede il percorso degli educatori/educatrici (sia in sede di formazione iniziale, sia dopo). Un esito possibile di questa situazione contrattuale può essere quello dell’abbandono della professione, della ricerca di ambienti lavorativi meno esigenti dal punto di vista dell’impegno (emotivo e di tempo) personale, di uno svolgimento prettamente burocratico della professione.
La percezione di chi fa il mestiere dell’educatore è quella di non essere riconosciuto come appartenente a una categoria professionale che rappresenta un vero e proprio capitale sociale. Se nella categoria stessa si affievolisce questa auto-percezione, è chiaro che sarà tanto più difficile riuscire a valorizzarla sul piano delle politiche sociali degli enti coinvolti e, più ampiamente, su quello del sentire diffuso delle nostre società e delle professioni con cui la corporazione educativa interagisce nei percorsi di servizio alla persona. Le ore di lavoro non retribuite, in certi casi, aumentano a punto tale da creare un immaginario di una professione in cui è scontato un ampio aspetto di «volontariato». Questo fa sì che la responsabilità professionale venga ridotta a «buona volontà» o «buon cuore», pregiudicando così – in una sorta di circolo vizioso – la professione e il suo specifico apporto.
Vi è poi una solitudine dell’educatore/educatrice che dipende dall’incuria o dalla latitanza del sistema di impresa sociale, ossia da parte dei datori di lavoro e della dirigenza dell’ente presso cui si è assunti. Si tratta di una solitudine che ha un duplice risvolto: uno formale, per esempio la questione della tutela legale, degli indennizzi di servizio, e così via; uno personale di squilibrio del vissuto dell’educatore/educatrice al di fuori dell’ambito lavorativo. Troppo spesso, si è chiamati a risolvere in maniera privata questa condizione di disagio, senza supporto e attenzione da parte del datore di lavoro.
Etica e responsabilità delle imprese sociali.
Vi sono tutta una serie di linee convergenti che pongono una questione seria per ciò che concerne la professione educativa: esse chiamano in causa, principalmente, le imprese sociali per le quali gli educatori socio-pedagogici lavorano. La percezione, da parte dei lavoratori nel sociale, di un sfruttamento non retribuito da parte dei datori di lavoro è solo l’indice più visibile e diffuso – ma non è l’unico aspetto da tenere in considerazione per una giusta e adeguata partica della professione.
Per ciò che concerne una parte delle imprese sociali si può riscontrare un preoccupante deficit di condotta etica nei confronti del proprio personale socio-pedagogico, spesso giustificato nei termini di contenimento dei costi e di competitività sul libero mercato del sociale. Comportamento, questo, che viene poi premiato dagli enti pubblici quando il criterio di assegnazione dei servizi e di rinnovo delle convenzioni si basa di fatto unicamente su aspetti di risparmio economico e di efficienza quantitativa.
Estremamente complessa è, poi, la questione della presenza degli educatori/educatrici socio-pedagogici nel settore scolastico – anche tralasciando le difficoltà di relazione con gli altri attori professionali presenti in esso. La scuola appare essere l’ambito in cui appare con maggiore evidenza il deficit etico dell’impresa sociale nei confronti del personale che lavora per essa: mancanza di programmazione, di continuità della relazione educativa, retribuzione non sicura in caso di mancanza della persona a cui si è affiancati, e così via.
Su questi aspetti problematici dell’impresa sociale è necessario aprire una riflessione a livello di corporazione dei professionisti dell’educazione, che non possono essere abbandonati a gestirli individualmente come attori privati.
Marcello Neri è docente di Antropologia teologica, Etica e deontologia professionale, Teorie della comunicazione e didattica dei media digitali dell’Istituto Toniolo.

