Umberto Vitrani

Mentre leggevo le ultime righe del breve saggio dal titolo «Alcolismo, possessione, immigrazione. Corpi anormali» dalla Rivista Di Psicologia Clinica Archivio (2023 di Spensieri&Ahmed), mi è immediatamente risultato chiaro che avevo materiale fresco per alimentare il dibattito sul nostro blog della nostra rivista. La premessa e il ricatto, è che prima delle mie righe sarete costretti a leggere anche voi il contributo che ho citato.
Ecco le considerazioni di getto, terminate le poche pagine suggerite (questo è il bello di un blog!):
- mai dimenticare che la scrittura non è la trascrizione di un pensiero compiuto, ma un atto sempre generativo che rivede e alimenta il pensiero da cui prende avvio. Talvolta svelandone la fallacia e costringendo, per onestà intellettuale, ad abbandonare l’impresa;
- siamo tutte e tutti talmente oberati di lavoro, oberati di richieste pragmatiche che rischiamo di dimenticarci che le risposte pragmatiche richiedono tanto più sapere quanto più si dimostrano frequenti e complesse. Il costante richiamo, ideologico, ingannevole, odiosamente reazionario al “fare” contrapposto al “pensare” conduce tutti noi operanti sul campo, anche inconsapevolmente a cercare scorciatoie;
- nel brano che vi ho proposto di conoscere, si rende evidente come i pregiudizi siano pronti a inghiottire anche i più onesti e professionali di noi. Condividerete con me, dopo aver letto, che le ipotesi di approccio al caso del giovane migrante tossicodipendente tendevano (inevitabilmente) a leggere la situazione applicando i nostri pre-giudizi. Come normale accada in un primo momento: qualunque prima ipotesi di lettura di un caso, non può che partire dalle nostre pre-conoscenze, da ciò che sappiamo e da ciò che abbiamo vissuto esperienzialmente. Ma la vita è insieme più semplice e più complessa. Non possiamo sapere tutto e, specie con fenomeni sostanzialmente recenti come l’immigrazione, il nostro bagaglio di conoscenza è strutturalmente insufficiente, perché è in fieri, ha da venire. Dobbiamo desiderare che il nostro bagaglio di conoscenze aumenti. Sappiamo troppo poco;
- nel brano scopriamo così due questioni opposte e complementari: che un ragazzo immigrato dal Nord Africa potrebbe avere, alla base del suo problema di dipendenza, una questione non risolta con la sua sessualità. E così comprendiamo due fatti: che la propria identità sessuale vissuta con sofferenza può dare i medesimi effetti “ammalanti” in culture tra loro segnate (anche) da differenze significative (e quindi ricordarci che siamo tutti davvero uguali); che ci sono ambienti culturali nei quali il medesimo fenomeno può condurre a risposte con livelli di gravità differenti, scoprendo così, ed è bene scoprirla, acqua calda: evviva;
- scopriamo infine (per dire, perché potrei continuare) che risposte simili come la fuga da un luogo in cui la propria identità sessuale è troppo faticosa da gestire, può avvenire allo stesso modo in ambienti culturali lontani, differenti. Si legga allora il bellissimo e illuminate Ritorno a Reims di Didier Eribon, dove scoprirete che si può pensare di aver cercato la fuga da un’identità sessuale non accettata e inaccettabile al contesto, per comprendere che si è scappati da una classe sociale più che da un’identità. E così, come giusto e necessario perché il sapere non è mai definitivo, le cose si complicano di nuovo.
Umberto Vitrani è docente di Pedagogia sociale, Storia dell’educazione, Storia dell’educazione e dei servizi per l’infanzia dell’Istituto Toniolo.

