Roberto Galletti
È interessante notare che il tema della morte, livellatrice d’eccellenza di ogni gap sociale, economico e politico, sia divenuto un obiettivo da abbattere e trascendere proprio da chi dispensa, con coercizione e propaganda, la sua più crudele versione. La morte è l’ossessione di tutti i dittatori in quanto diviene l’unico nemico non soggetto ad essere perseguitato, torturato, ucciso. Non è ricattabile e non appartiene ad una fazione politica.
È ciò di più democratico che esita e, in quanto tale, ha il potere di terrorizzare chi detiene da decenni le sorti di altri essere umani. È proprio questo il tema emerso da un colloquio riservato tra Vladimir Putin e Xi Jinping, intercettato durante la parata del 1º ottobre a Pechino, per la Giornata nazionale della Repubblica Popolare Cinese. I due leader, tra i più potenti del pianeta, discutevano – secondo le indiscrezioni – di vita eterna. Putin sosteneva che grazie alla biotecnologia e ai trapianti “più si vive, più si ringiovanisce, e si può persino raggiungere l’immortalità”. Xi, con tono non meno visionario, evocava vite fino a 150 anni.
Al di là della verosimiglianza scientifica – certamente discutibile – ciò che colpisce è la scena simbolica che si delinea: due uomini che governano centinaia di milioni di persone e influenzano le sorti del mondo, non parlano di giustizia, pace o futuro collettivo, ma del proprio corpo, del proprio tempo, della possibilità di non morire mai. È il sogno antico dell’uomo che si confonde con il delirio del potere: la pretesa di superare i limiti della condizione umana, di dominare anche la morte, l’ultimo confine.
Ritorna il tema de La Roba di Verga: in qualsiasi modo l’uomo scelga di vivere la propria esistenza, arriverà inevitabilmente la morte e tutti i beni terreni accumulati, come nel caso di Mazzarò, se ne andranno con lui.
La paura di morire è universale, ma la risposta che emerge da questi vertici del potere globale è diversa da quella comune. Per i potenti, la fragilità non è un’occasione di consapevolezza, ma una sfida da sconfiggere con tecnologia, denaro e dominio. La classe dirigente mondiale appare sempre più unita da un’ossessione: usare i propri strumenti per piegare la natura, per prolungare sé stessa, per rendere eterno ciò che per tutti gli altri è destinato a finire. È la tentazione di un’umanità che si crede divina.
In questo scenario, l’immagine di chi muore nel Mediterraneo o sotto le bombe in Ucraina, oppure di stenti in Palestina, diventa lo specchio tragico del mondo che stiamo costruendo: mentre pochi si illudono di sfidare la morte, molti lottano semplicemente per sopravvivere. Il divario non è solo economico, ma esistenziale. Chi ha il potere pensa prima di tutto a salvare sé stesso.
Eppure la storia ci insegna che le disuguaglianze estreme e la difesa arrogante dei privilegi non sono necessariamente condizioni permanenti. Dalla Rivoluzione francese ad oggi abbiamo imparato che le forme di dissenso, le spinte riformiste e i movimenti democratici, anche tra contraddizioni e sacrifici, sono in grado di mettere in discussione, di incrinare e talvolta anche di prevalere su coloro che esercitano il potere in tal modo. Questi sono processi lunghi, nei quali poche gocce possono cambiare la portata dei fiumi: piccoli gesti, azioni silenziose, scelte coerenti anche nel buio possono aprire sentieri di cambiamento – forse non oggi, ma domani.
Per questo, oggi più che mai, la riflessione etica deve ripartire da due grandi tradizioni che hanno dato senso e dignità all’idea stessa di umanità: la cultura cristiana dell’uomo, che riconosce in ogni persona un valore irriducibile e universale, e la cultura socialista europea, che ha saputo tradurre quella dignità in giustizia sociale, diritti, solidarietà e uguaglianza concreta. Solo mettendo insieme queste due radici – spirituale e civile – possiamo immaginare un futuro fondato non sul privilegio e sull’immortalità di pochi, ma sulla dignità e sulla libertà di tutti.
Roberto Galletti è educatore, laureato presso l’Istituto Toniolo, coordinatore educativo di una Comunità di pronta accoglienza

