Daria Vellani

Questo articolo è stato prodotto utilizzando l’intelligenza artificiale come esercitazione successiva alla prolusione dell’anno accademico 2026-2027 dell’Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione “Giuseppe Toniolo”. L’obiettivo dell’esercitazione era sperimentare direttamente una delle questioni emerse durante l’intervento di Susanna Sancassani: che cosa significa utilizzare l’intelligenza artificiale nella produzione di un contenuto senza rinunciare alla responsabilità di ciò che si pensa, si scrive e si condivide?
C’è una differenza importante tra produrre un contenuto e poterlo firmare.
È da questa differenza che vale la pena partire per riflettere sull’intelligenza artificiale e, soprattutto, sul suo significato educativo.
Durante la prolusione inaugurale dell’anno accademico dell’Istituto Toniolo, Susanna Sancassani ha proposto una provocazione semplice e potente: “firmare il pensiero”. Non si tratta soltanto di mettere il proprio nome alla fine di un testo. Firmare significa riconoscersi in ciò che si è scritto, averne verificato il fondamento, essere disposti ad assumersi la responsabilità di ciò che si mette in circolo.
L’esercitazione da cui nasce questo articolo prova, in qualche modo, a fare proprio questo. Il testo è stato prodotto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, ma proprio per questo deve essere sottoposto a controllo, verifica e revisione. Utilizzare l’IA non significa infatti trasferire alla macchina la responsabilità del contenuto. Significa, piuttosto, sperimentare un nuovo modo di lavorare con uno strumento che rende molto più facile produrre, ma non necessariamente comprendere.
Quando la fatica aiutava a pensare
Fino a pochi anni fa, scrivere richiedeva tempo e fatica. Cercare le informazioni, leggere, selezionare, prendere appunti, costruire un ragionamento, trovare le parole, correggere un testo erano attività che introducevano quello che potremmo chiamare un “attrito cognitivo”.
La fatica non era soltanto un ostacolo. Costringeva a fermarsi.
Quando per scrivere una relazione era necessario cercare fisicamente i libri, prendere appunti e costruire progressivamente il testo, ogni passaggio richiedeva una scelta. Anche una frase semplice poteva obbligare a chiedersi: è davvero quello che voglio dire? Questa parola è corretta? Questa idea viene da una fonte oppure è una mia interpretazione?
La tecnologia ha progressivamente ridotto questo attrito. Il computer ha semplificato la scrittura, internet ha reso immediatamente disponibili quantità enormi di informazioni, gli strumenti digitali hanno reso più semplice modificare, organizzare e condividere i contenuti.
L’intelligenza artificiale rappresenta però un ulteriore salto.
Non si limita a rendere più semplice la produzione di un testo: può produrre direttamente il testo.
È proprio questo passaggio che ci costringe a ripensare il problema.
Se una parte della fatica necessaria per costruire un contenuto viene trasferita alla macchina, quale parte del lavoro deve rimanere necessariamente nostra?
La risposta non può essere semplicemente “scrivere a mano”. Né possiamo pensare che la soluzione sia tornare indietro e rinunciare agli strumenti digitali. I processi che consentono di risparmiare fatica, anche cognitiva, una volta avviati difficilmente possono essere fermati.
La questione diventa quindi un’altra: come utilizzare la tecnologia senza delegarle il nostro giudizio?
La forma non è il fondamento
Uno degli aspetti più insidiosi dell’intelligenza artificiale è la qualità della forma.
Un testo generato da un modello può essere grammaticalmente corretto, coerente, ben organizzato e convincente. Questa qualità formale può però produrre una pericolosa illusione: se il testo “sta in piedi”, tendiamo spontaneamente a pensare che anche il suo contenuto sia stato verificato.
Ma non è così.
Un testo può essere scritto molto bene e contenere una citazione che non esiste. Può attribuire a un autore un’idea che quell’autore non ha mai sostenuto. Può costruire un ragionamento plausibile partendo da una premessa sbagliata.
Durante la prolusione, Sancassani ha mostrato proprio questo attraverso un piccolo esperimento: un articolo scientifico apparentemente credibile, con autore, citazione e riferimenti, era stato generato artificialmente e non esisteva realmente. L’esperimento rende evidente quanto oggi la qualità della forma possa essere sufficiente a creare una sensazione di autorevolezza.
Il problema non è quindi soltanto che l’intelligenza artificiale possa “sbagliare”.
Il problema è che può sbagliare in modo estremamente convincente.
E questo modifica profondamente il nostro rapporto con l’errore.
Quando uno studente copiava informazioni da una pagina web e le incollava senza rielaborarle, spesso il risultato era riconoscibile: il testo aveva stili diversi, passaggi incoerenti, parole fuori contesto. L’errore emergeva anche dalla forma.
Con l’intelligenza artificiale può accadere l’opposto: l’errore può essere nascosto dentro una forma perfetta.
Per questo non basta più insegnare a riconoscere un testo “fatto male”. Dobbiamo insegnare a verificare un testo anche quando sembra fatto molto bene.
La responsabilità epistemica
È qui che entra in gioco un concetto centrale della riflessione proposta da Sancassani: la responsabilità epistemica, cioè la responsabilità che abbiamo rispetto a ciò che consideriamo valido e che decidiamo di condividere con gli altri.
Il termine può sembrare astratto, ma il concetto è molto concreto.
Ogni volta che produciamo un contenuto e lo mettiamo in circolazione, chiediamo agli altri di prenderlo in considerazione. Chiediamo loro attenzione, tempo, fiducia. Per questo non è indifferente ciò che scegliamo di condividere.
Un report, una relazione, una tesi, un articolo o anche una semplice comunicazione non sono soltanto prodotti da consegnare. Sono pezzi di conoscenza che entrano in una comunità.
Da questo punto di vista, la responsabilità non riguarda soltanto ciò che facciamo, ma anche ciò che sosteniamo come vero.
È una prospettiva importante soprattutto nell’educazione. Per molto tempo abbiamo concentrato una parte significativa della formazione sulle competenze necessarie a produrre contenuti: scrivere un tema, una relazione, una tesi, una presentazione, un progetto.
Oggi questo non è più sufficiente.
Dobbiamo insegnare anche a fermarsi dopo la produzione e a chiedersi: che cosa sto mettendo in circolo? Posso sostenerlo? Da dove viene? L’ho verificato? L’ho compreso davvero?
In altre parole, il lavoro educativo deve spostarsi progressivamente dalla sola produzione alla validazione.
Imparare è ancora più importante
È interessante mettere questa riflessione in relazione con il più recente libro di Sancassani e Daniela Casiraghi, Il potere di imparare. Perché l’apprendimento è il fattore strategico nell’era dell’intelligenza artificiale, pubblicato da Mondadori nel 2026.
Il titolo stesso suggerisce un rovesciamento di prospettiva.
In un mondo nel quale l’intelligenza artificiale rende disponibili contenuti, risposte e soluzioni con una rapidità mai sperimentata prima, il valore dell’apprendimento non sembra diminuire. Al contrario, diventa ancora più importante.
Se posso ottenere una risposta in pochi secondi, ciò che conta non è soltanto sapere ottenere quella risposta. Conta saperla comprendere, interpretare, mettere in relazione con altre conoscenze e valutarne il significato.
Il libro propone, infatti, un modello di apprendimento “AI-mentored”, nel quale l’intelligenza artificiale può diventare un supporto al processo di apprendimento, senza sostituire il ruolo attivo di chi apprende.
È una distinzione decisiva.
Un conto è utilizzare l’intelligenza artificiale per evitare di pensare. Un altro è utilizzarla per pensare meglio.
Nel primo caso la tecnologia diventa una scorciatoia cognitiva. Nel secondo può diventare un interlocutore che pone domande, propone alternative, aiuta a confrontare informazioni e rende visibili aspetti che da soli potremmo non considerare.
La differenza non è quindi nella presenza o nell’assenza dell’intelligenza artificiale, ma nel tipo di apprendimento che costruiamo intorno al suo utilizzo.
Coscienziosità intellettuale
Questo richiede una qualità che nella prolusione viene definita coscienziosità intellettuale: attenzione, prudenza, disponibilità a rivedere le proprie convinzioni e cura nel rapporto con le informazioni.
Non è una competenza tecnica.
Non significa sapere usare meglio ChatGPT, conoscere più strumenti o imparare a scrivere prompt sempre più sofisticati. Tutte queste possono essere abilità utili, ma vengono dopo.
La coscienziosità intellettuale riguarda il modo in cui ci rapportiamo a ciò che sappiamo e a ciò che crediamo di sapere.
Significa distinguere un fatto da un’interpretazione, una fonte da una propria inferenza, una certezza da un’ipotesi.
Significa controllare che le fonti citate esistano davvero e che sostengano effettivamente ciò che stiamo affermando. Significa non accontentarsi di una citazione che “suona bene”, ma andare a verificare il rapporto tra quella citazione e la fonte originale.
Significa anche porsi una domanda ancora più semplice e difficile: l’ho capito davvero?
Perché possiamo avere un testo perfettamente costruito senza aver realmente compreso ciò che stiamo dicendo.
E possiamo anche avere un testo corretto che non esprime affatto il nostro pensiero.
È proprio qui che la questione della firma diventa interessante.
Che cosa significa “firmare” un pensiero?
Firmare non significa soltanto mettere il proprio nome in fondo a una pagina.
Significa poter dire: questo contenuto lo riconosco come mio e sono disposto a rispondere di ciò che afferma.
L’intelligenza artificiale può aver contribuito alla sua costruzione. Può aver suggerito una struttura, proposto formulazioni, aiutato a individuare collegamenti o a sintetizzare materiali. Ma alla fine del processo deve essere possibile riconoscere il luogo nel quale il giudizio è diventato umano.
Per arrivare a questo risultato, è necessario ricostruire il percorso che ha portato al contenuto.
Da quali fonti sono partito? Quali informazioni ho utilizzato? Quali istruzioni ho dato allo strumento? Quali parti sono state elaborate dall’intelligenza artificiale? Quali ho verificato? Quali ho modificato? Quali idee sono effettivamente mie?
Non significa necessariamente conservare ogni singola domanda posta al sistema. Significa sviluppare una consapevolezza del processo.
È un esercizio metacognitivo: non guardare soltanto il risultato, ma anche il modo attraverso cui siamo arrivati a quel risultato.
Dalla quantità alla qualità
C’è poi un’altra questione che riguarda il nostro modo di concepire la produzione di conoscenza.
Se produrre un testo costa sempre meno, siamo esposti a una sorta di inflazione dei contenuti. Possiamo scrivere di più, più rapidamente e con minore fatica.
Ma produrre dieci contenuti invece di uno non significa necessariamente produrre dieci volte più conoscenza.
Anzi, potremmo trovarci davanti a una situazione paradossale: proprio mentre aumenta enormemente la quantità di informazioni disponibili, diventa sempre più preziosa la capacità di selezionarle, verificarle e attribuire loro un significato.
Forse è arrivato il momento di spostare il paradigma dalla quantità alla qualità.
Questo ha conseguenze anche sul modo in cui valutiamo gli studenti.
La domanda non dovrebbe essere soltanto: “Hai usato l’intelligenza artificiale?”.
Una domanda più interessante potrebbe essere: “Come hai esercitato la tua responsabilità nel processo?”
La differenza è sostanziale.
La prima domanda rischia di trasformarsi in un controllo dello strumento. La seconda richiama lo studente alla qualità del proprio pensiero.
E forse permette anche di superare una contrapposizione ormai poco utile tra chi usa l’intelligenza artificiale e chi non la usa.
Il punto non è semplicemente usare o non usare la tecnologia.
Il punto è come la si usa e che cosa rimane affidato alla persona.
Un esercizio che riguarda anche chi insegna
È proprio questo il motivo per cui l’articolo che state leggendo è, a sua volta, un esercizio.
La sua produzione attraverso l’intelligenza artificiale non è un dettaglio da nascondere. È parte del contenuto.
Il testo nasce da una sbobinatura della prolusione, viene riorganizzato, riscritto e ampliato attraverso l’interazione con l’IA. Ma questo processo non rende automaticamente corretto ciò che ne deriva.
Al contrario, obbliga chi lo produce a fare esattamente ciò di cui si sta parlando: rileggere, controllare, confrontare, scegliere, modificare, verificare le fonti e decidere quali affermazioni possono essere realmente sostenute.
In questo senso l’esercitazione è interessante proprio perché mette alla prova la teoria.
Se l’IA produce rapidamente una prima versione dell’articolo, il lavoro non è finito.
Forse, in una certa misura, comincia proprio lì.
Il valore non sta soltanto nel tempo risparmiato nella scrittura. Sta nella qualità del tempo che possiamo dedicare alla revisione, alla comprensione e alla costruzione del pensiero.
Educare a firmare
La sfida educativa che abbiamo davanti, quindi, non consiste necessariamente nell’eliminare l’intelligenza artificiale dai percorsi formativi. Consiste nell’insegnare a usarla senza perdere il rapporto con il proprio pensiero.
Questo significa educare alla verifica delle fonti, alla distinzione tra fatti e interpretazioni, alla revisione delle proprie convinzioni, alla consapevolezza dei processi attraverso cui costruiamo un contenuto.
Significa anche accettare che l’intelligenza artificiale non possa essere separata dalla formazione della persona che la utilizza.
Perché il vero rischio non è che la macchina produca un testo al posto nostro.
Il rischio è che, producendo il testo al posto nostro, smettiamo di domandarci se quel testo merita di essere prodotto, condiviso e firmato.
La responsabilità epistemica potrebbe allora essere proprio questo: non lavorare necessariamente senza l’intelligenza artificiale, ma fare in modo che alla fine del processo rimanga sempre riconoscibile il luogo in cui il giudizio diventa umano.
È lì che possiamo ancora mettere la nostra firma.
Non come semplice indicazione dell’autore, ma come gesto di responsabilità verso chi leggerà, utilizzerà e forse farà propria quella conoscenza.
E forse questa è una delle domande educative più importanti che l’intelligenza artificiale ci sta consegnando: in un mondo in cui produrre pensieri diventa sempre più facile, saremo capaci di insegnare alle nuove generazioni a prendersi cura di quelli che decidono di mettere in circolo?
Daria Vellani è Direttrice e docente di Psicologia della disabilità e dell’accessibilità, Psicologia dell’educazione e Psicologia dell’educazione dell’infanzia, Teorie della comunicazione e didattica del media digitali dell’Istituto Toniolo.

